“Sale” di Filippo Sproviero contiene, nella sua asciuttezza, una sapidità mutuata proprio dal minerale, come se la leggera profondità del racconto dovesse in primis rimandare alla nuda, povera irrinunciabilità del sale. Qui l’autore riesce nel tentativo di legare le immagini a un sapore, a un gusto che dall’osservazione trasmigra verso altri sensi fino a coinvolgerli in un’unica partitura, assonante e coerente; e antica, come si è detto, tanto che chi ne osserva il lavoro non potrà non riconoscersi nelle eco delle voci d’una economia che resiste a dispetto delle mutazioni. E in questo ravvisiamo come Sproviero voglia dirci che il sale, di cui è fatto il sudore dell’uomo, le lacrime dell’uomo, intreccia indelebilmente il suo destino con quello dell’umanità.
Giuseppe Cicozzetti